Hai bisogno di lavorare? Ti devi adattare.
Michela Murgia ha un blog che ha fatto nascere un libro, dal quale a sua volta è stato tratto un film (Tutta la vita davanti, di Virzì).
Avevo letto il libro di Michela e lo avevo trovato terribile. I precari sono un folto gruppo di persone che si adattano a un lavoro per necessità . La perdita della dignità della persona e del lavoro, la mancanza di rispetto per le casalinghe ignare vittime di un call center, un meccanismo commerciale che stritola tutti in un vortice di abbrutimento, la fine del sogno del precario in una vita migliore… Lo spettacolo teatrale, tratto dallo stesso romanzo, con la regia di Davide Emmer, è una piccola perla scritta e interpretata con cura… C’è il disagio di una generazione che ha dovuto imparare ad adattarsi in ogni caso. Teresa Saponangelo interpreta Camilla, la telefonista del call center di un noto elettrodomestico, e ne descrive la matematica propiziatoria dei compensi e degli appuntamenti, nonché lo sfinimento. La telefonista passa dalla gioia di avere trovato lavoro alla consapevolezza di essere uno strumento nelle mani di un marketing spicciolo fatto di inquietanti slogan pubblicitari. Gli attori che affiancano la Saponangelo, Fortunato Cellino e Carmine Borrino, completano il quadro amaro di una vita dove non c’è scelta: hai bisogno di lavorare? Ti devi adattare!

































Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.
Io credo che adattarsi, oggi come oggi, sia vitale per sopravvivere: da anni mi ripeto che bisogna diventare imprenditori di sè stessi e su questo ho modellato la mia vita lavorativa, le mie scelte, i miei obiettivi e i rischi che ho deciso di correre.
Quanto al libro, ahimè, è la triste realtà però credo anche che Michela Murgia ci abbia giocato un pochino sapendo che avrebbe avuto molto ma molto successo scrivendo un libro che tratta di temi sensibili: e il tempo le ha dato ragione. Credo gli intenti siano a metà tra il nobile e l’utilitaristico ma d’altronde è la vita stessa che si divide tra questi due estremi.
io ho lavorato in un obitorio, ho fatto la cameriera straniera (dovevo fingermi sudamericana), ho posato per dei pittori più che mediocri, ho fatto tappezzerie dipinte a mano (avete idea di quanti gigli spennellati ci siano in una sala da pranzo?) e ho fatto siti internet per aziende che producevano mungitrici automatiche e… Ma il call center no.
@Laura: io ho fatto il call center, quando erano appena nati, e l’ho fatto per un ente “benefico”. Ecco, credo che quello sia stato il momento in cui mi sono sentita più merd@ che merd@ perchè io sarò stata pure sfruttata ma fregare la povera gente abbindolandola non è paragonabile a nessun altro tipo di vergogna.
Laura C., se ti metti a dirigere un sindacato prendo subito la tessera.
In Francia tanti Call Center sono delocalizzati nei paesi francofoni africani o in Romania perché la mano di opera è molto poco cara li. Per gli africani all’accento molto forte fanno fare uno stage a Parigi per “cancellare” quell’accento. Poveri loro sono pagati malissimo per un lavoro poco gratificante.
Il sistema fa schifo!