Una sola idea infitta nella testa: scoparmi. È disarmante come una donna tanto sofisticata giri in realtà su un software semplice

(Mario Pischedda, Per scoprire)
Scendo dai bastioni della città bianca, la testa piena dei suoi sogni, battuti a maestrale senza alcuna pietà . La vecchia città spagnola è arroccata a Castello. Sotto, invece, le strade popolate di fango, strappate alla palude e fitte di sampietrini, ficcati come denti a digrignar rivolte. Scolpisco a passo fermo le scalinate ripidissime della città fortificata che orlano i contorni della mia pazzia.
In fondo se mi sono rifugiato qui è solo perché anche a me cucissero addosso la maschera che si riserva allo straniero, xénos/Zeno, mio figlio, carne cui trasmettere intatta la possibilità di un’isola.
Ma in fondo non importa: l’unica cosa che conta, qui, è che a questa fortezza dimenticata dal tempo si accede solo dal mare. Lo sanno tutti. E per mare, infatti, sono giunti gli Shardana, popolo fiero di navigatori che ha drizzato la pietra delle torri e scavato la luna nel sacro dei pozzi in cui ancora urla e si abbevera il mio desiderio. E ancora dal mare i Cartaginesi che hanno fatto di Karalé un bordello per le loro mercanzie. Sempre dal mare i Romani, i Pisani, gli Spagnoli, i Sabaudi e tutti i cazzo di mercenari che a vario titolo in secoli di dominazione l’hanno lordata, soggiogata, messa a ferro e a fuoco.
L’unica stronza che non lo sa è lei. Barbara, stasera, scende dalla scaletta del suo cazzo di aereo con una sola idea infitta nella testa: scoparmi…
Scoparmi sempre, scoparmi comunque, fino a sfinirsi di morsi (rimorsi mai, notalo).
È disarmante come una donna tanto sofisticata giri in realtà su un software semplice.
Conosce tutto come privo di conseguenze, anche la sua sofferenza. Cammina distratta nelle sue scarpe senza tacco, sfiora le persone inavvertita, come inavvertito è stato il suo modo di conoscermi. Mi è giunta alle spalle, si è seduta a fianco a me e ha iniziato a parlarmi fitto fitto all’orecchio. “C’è il guardaroba di sotto. I cappotti fanno un muro di silenzio: io entro nuda nel bagno e lascio la porta socchiusa. Il primo che mi prende è salvo, vedi di essere tuâ€. La seguo, mi prende, ore di sesso senza fondo. Non parlo, non ascolterebbe. Non mi è mai piaciuta quella sua aria intatta con cui finge di dominare il mondo. Provo a dirglielo, cerco di dirglielo, calmo: “Me ne andrò di qui, devo partireâ€. Macché, lei non c’è, non vuole, non accade.
Quello che fa è scegliermi di nuovo ad ogni istante. Sciogliermi.
Da ogni legame. Solo perché è alta pretende che io la pieghi.
Sempre. Solo il mio cazzo le importa. Corrrere, sudati, leccarsi, bruciare. Me lo ha anche spiegato, una volta: “È che a me non piace mai nessuno. Sono troppo alta: vedi di piegarmi, sbattimi in avanti e vieni su di meâ€. Si è presa tutto, come se ancora ci fosse qualcosa da prendere.
Barbara, stasera, con gli occhiali verdi e il naso di velluto, imboccherà il soffietto della cabina. Si affaccerà sul ciglio della scaletta, uno sguardo a misurare se ci sono. Non mi vede. Per forza. Non ce la può fare. Quest’isola schianta la schiena a tutto ciò che non rispetta la linea bassa del suo orizzonte. Terra di arbusti nodosi, cime piegate dal vento, terra riarsa di pianto.
Ho armato un cecchino lassù, alla torre di controllo. Anche questa volta Barbara si piegherà in avanti. Per sempre.
































Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.
Toglietegli il vino.
fumato pesante eh…
A me piace.
non è male questo racconto.
Personalmente vorrei, almeno a sprazzi, essere come la Barbara descritta in queste righe:
“Conosce tutto come privo di conseguenze, anche la sua sofferenza.”
Ecco, un pò fuori luogo qualche termine rozzo. E forse, il desiderio di essere piegata (evidentemente metaforicamente prima che fisicamente) io lo avrei trovato più giusto se collegato alla durezza più che all’altezza…
però non male..
visto Gallizio che se non citi, ma ti ciMENti, viene fuori qualcosa di buono? ;-)
Scrivi come una donna se fosse un uomo.
Software?
A parte il titolo, non ho capito nulla alla substantifique moelle del tuo racconto Gallizio, sigh!
io farei così: uscite in doppia coppia, tu, il Facci, la Barbara e quell’altra tuttora da bombare.
Fate con comodo, noi non vi aspettiamo alzati, risparmiateci i particolari.
E sticazzi, come si dice a Roma
(tradotto per le mangiarane: Chissenefrega. Chissenefrega, cktc)
Coldcase, pensavo almeno tu fossi di un livello più alto di quelle cretine, me lo lasciava sperare la scelta del tuo nick!
bene, bene, quale sarebbe qs località ? me lo segno, così non rischio di scendere da quella scaletta, in aeroporto..
Laura C. : “ma dove li trovi gli ospiti”? :D
l’unica cosa che ho capito è la parte del cecchino anche se non so come abbia fatto a mnadarlo lassù.
Cold case chi sono le mangiarane?mah sono diventata improvvisamente scema…nononono lo sono sempre stata
io e pappe, sbaglierò ma ‘mangiarane’ devono essere i nostri cugini francesi. I heard it thru the grapevine.
Non posso aiutarti, io e pappe. Non riesco a leggere questa sbobba.
limoneforse lo avevo pensato ma non capisco se è un complimento o no? e poi tu capisci qualche cosa di più del cecchino?
Eppure a me non sembra un racconto così complicato; mi ringalluzzisco tutta, evidentemente sono molto intelligente ;-)
mafe, ringalluzziamoci in due vah…che poi due donne che si ringalluzziscono è un pò un ossimoro, ma si sa che le donne sono una contraddizione in termini, e non staremo noi qui a smentire questo assunto..
A volte una “u” può fare la differenza
Gall’u'zio ci sta prendendo per lu culu.
Ormai ho perso il conto di quelli che arrivano, scrivono due petardi (o peti) a colori e innescano un dialogo fra sordi, ciechi e muti.
Almeno gall’u'zio e’ stato sincero (sul suo blog), lui almeno l’ha scritto (di la’) che sta qui per far scena.
uhm a me tartizierebbe assai una chi[o/u]sa moncata as, e.g.
Ho armato un cecchino lassù, alla torre di controllo [punto]
Gallizio, la conosci la differenza tra la u italiana e la u francese? :)
Bonjour MF, bentornato! Ne tire paaaaaaaas, ce n’est que moi ;)
@mformento, eh ma lei e’ un intenditore…
In un primo momento avevo addirittura pensato di armare lei, Formento, per la torre di controllo. Ma capisce bene che con la sua Salko l’avrebbero sgamata subito ;)
@gallizio lo dica forte, che con la Salko, per non parlare dello Schmarda, non si scherza, no! no! (o come si dice tra petomani melanconici, mensonge romantique et verité romanesque!)
@cktc Salut! Comment va-tu? Alles gut?
@mafe: ma la smetti di galliziarti il mio tartizio? maliarda!
@mformento, come lei ben sa ho un debole per gli uomini che non posso avere
@mafe, del resto io ho una certa inclinazione a proiettarmi sugli uomini che non posso essere
@gallizio, invece di proiettarsi, scriva, che noi fan qui aspettiamo il terzo post
ambarabaciccicoccò
@minna tre tartizi sul comòòòòòòòòòòò
anche se con disarmante ritardo, volevo aggiungere una serie di considerazioni a questo dibattito, ormai ampiamente estinto. partendo dalle notevoli e argute osservazioni di gallizio, avete detto cose molto interessanti sul pubblico e sulla scelta, più o meno consapevole, di questo da parte di un autore/scrittore. di solito un registro, un tema e il suo svolgimento già di per sé selezionano un pubblico. è inevitabile. ma il colossale errore, a mio parere, è pensare che la scelta di un tipo di pubblico comporti automaticamente l’esclusione di altri. credo ci siano meccanismi quasi magici per cui un testo apparentemente ostico può invece dare vita a un pensiero elementare, che si coltiva e che, semplicemente, non si sa esprimere in modo efficace. questo però non esclude la comprensione. mi spiego: pensate a tutte quelle volte che avete coltivato un’idea, un pensiero, e non siete riusciti a esprimerlo o a scriverlo come volevate. poi un giorno l’avete letto o sentito da qualcun altro e avete pensato: “ecco, era proprio quello che volevo dire io, ma non trovavo le paroleâ€. una sorta di illuminazione (io questa sensazione la chiamo klopstock!)(col punto esclamativo). ecco allora che subentra la curiosità . la voglia di leggere, tra le righe e non. perché spesso il problema di noi italiani pigroni, sta nell’impegnarsi nella lettura. e nell’ascolto. io curo programmi radiofonici, e mi è sempre stato detto che per arrivare a una folta schiera di gente occorre essere elementari, essenziali, flat, mainstream. io sposo la semplicità come mezzo, ma non necessariamente come soggetto. traduzione: si possono trattare argomenti ostici rendendoli fruibili con il linguaggio semplice. riuscire a farlo è un grande obbiettivo. credetemi, è sorprendente a volte quanto la gente abbia voglia di imparare e di partecipare; di quanti e quali strati di conoscenza militino latenti nel pubblico della radio. nel pubblico in genere, direi. è che lo si sottovaluta. certo, l’ascolto della radio è spesso distratto, accompagnato da altre attività . per questo occorre smussare gli spigoli. detto questo, rimango dell’idea che colui che adotta la semplicità quando si può permettere i ghirigori, ha una marcia in più. e, se ci pensate bene, la disanima di gallizio aveva solo un paio di aulismi (=termini aulici) ïŠ e …viva l’iperbase.
Sarà che parlo aulico dacchè coloro il mondo. E pure che mi garban immagini nitide, ben definite e ai confini del rozzo, dello stravagante, del respiro a sentirsi sul collo. Sarà il Dolby-Surround della Multisala che mi ha ben abituata seppure ami gli Essai all’aperto e pure le seggioine strette del cinema del centro. Ma a me pare uno spettacolo. Una visione disarmante e folle d’un fiero e animale scoprirsi, possedersi, darsi carnefice a chi non vuol smettere di amarsi con specchio dirimpetto.
Come qualcuna ha scritto vorrei aver tratti di Lei vissuta da un Lui. Come altri hanno azzardato trovo in quel Lui a scrivere una Lei molto capace. E soprattutto vorrei non smettere di sentire. Questo calore che sento a pervadere.